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Nuova Trieste


Nuova Trieste
Rating :5.00
 


Last updated:
2012-06-16 21:36:56
Country: ItalyListen to radio stations broadcasting from Italy
City: Trieste
Address: Via Besenghi, 16Trieste34143
FM (MHz): 104.1
Genre: Italian Talk
Phone: 040-308854
Fax: 040-304364
Language of broadcast: Italian
E-mail: redazione@radionuovatrieste.it
Website:  www.radionuovatrieste.it
Description: Radio Nuova Trieste è un'emittente radiofonica che trasmette nella zona di Trieste in modulazione di frequenza su due frequenze distinte: FM 93.3 MHz e 104.1 MHz.

Nell’aprile 1985 Radio Nuova Trieste cominciò a farsi sentire in Città. Mi sembra che finora nessuno si sia applicato a raccogliere tutti i dati per iniziare un’analisi storica dell’emittente radiofonica e forse è ancora troppo presto per un approfondimento in merito; io posso dire solo che il vescovo di Trieste di allora, mons. Lorenzo Bellomi, che presiedeva la commissione episcopale Triveneta della famiglia e “Giustizia e Pace”, ritenne opportuno di dotare anche la nostra diocesi di un tale mezzo di comunicazione e per questo convocò un comitato di sacerdoti e laici per trovare il modo di realizzare questo progetto. Proprio in quell’epoca il prof. Gianni Martinolli mi telefonò chiedendomi di partecipare a questa iniziativa. Trovai la cosa interessante e presi parte al secondo incontro, durante il quale si decise anche la partecipazione della diocesi di Trieste alle spese per la realizzazione dell’emittente televisiva triveneta Tele Chiara. Si costituì un gruppo esecutivo del quale io non facevo parte, che decise la denominazione della radio (Radio Nuova Trieste) la scelta di uno studio (in via G. Vasari,1 dapprima su due piani e poi solo al terzo piano) di due tecnici (il sig. Enrico Piccinino e il sig. Michele Rossetti), del direttore responsabile, il prof. Egidio Zusi, di due postazioni in modulazione di frequenza e di due antenne, una sul tempio di Monte Grisa e una in via Civrani. In un primo tempo si trasmetteva sui 93.3 e 97.3 megahertz e all’epoca bastava scegliere una zona dove non si sentivano altre stazioni trasmittenti. Per quanto riguardava il 97.3 ci furono ad un certo punto delle contestazioni per una sovrapposizione e il tecnico Enrico Piccinino trovò allora libero il 104.1 che fu adottato e successivamente confermato dal Ministero delle Comunicazioni. Il primo programma consisteva solo di musica moderna di tipo hard rock che suonava forse poco opportuna per una radio cattolica e che durava 24 ore, spalmata sul nastro di un bobinone che andava avanti e indietro senza fermarsi mai, compilato dai due tecnici. Io non apprezzavo tanto quel genere musicale, però ricordo che provavo un insolito piacere a sintonizzarmi con l’apparecchio radio della mia auto su quella che doveva diventare la “nostra” radio, anche se l’onda arrivava abbastanza debole e disturbata. Direttore responsabile fu nominato il prof.Egidio Zusi e direttore di sede Livio Grassi e della redazione iniziale facevano parte don Dino Fragiacomo, Mariastella Malafronte e Tarcisio Barbo. Probabilmente c’erano anche altri componenti, ma non sono riuscito a trovarli nella mia memoria e nei ritagli di giornale che ho a disposizione.

Ed eccoci alla seconda puntata della storia di Radio Nuova Trieste. Purtroppo devo basarmi sui miei ricordi personali, perché dei primi incontri in sede, dei primi collaboratori e del primo consiglio di amministrazione non sono riuscito a trovare una documentazione, nonostante accurate ricerche sia nella prima sede operativa di via Vasari 1, che tra i documenti trasportati nella sede attuale di via Besenghi 16. A disposizione ho soltanto i programmi della settimana pubblicati su Vita Nuova. Mi propongo comunque di perfezionare queste informazioni quando scoprirò altri documenti o quando un testimone dell’epoca (che sollecito anche mediante queste righe) mi verrà in soccorso con dati precisi. Un documento è comunque anche la foto qui pubblicata, che rappresenta il vescovo mons. Lorenzo Bellomi in visita alla radio mentre osserva, assieme al direttore, il prof. Egidio Zusi ed al tecnico Enrico Piccinino, la strumentazione della radio. Ricordo che, dopo aver partecipato per alcune volte agli incontri con il vescovo ed aver ascoltato alla radio in varie riprese il segnale musicale, decisi di metter il naso per la prima volta negli studi della radio che nel frattempo erano stati allestiti. Mi feci precisare l’indirizzo e salii i tre piani fino alla tabella “Radio Nuova Trieste”, senza immaginare che in seguito per una ventina d’anni avrei trascorso tanto tempo là dentro. A disposizione per gli uffici c’era anche un grande appartamento al secondo piano, (occupato in seguito da un sacerdote della parrocchia della S. Famiglia) ben arredato, nel quale trovai l’ufficio del direttore che mi spiegò molto gentilmente quali erano i progetti e quali erano i collaboratori. Io avevo in mente un programma, “Ogni vita una storia – interviste a chi è nato prima” ed egli mi mise subito in mano un microfono e un registratore professionale nuovissimo augurandomi buon lavoro. A dire il vero quel gesto così spontaneo di fiducia mi conquistò alla radio rafforzando i miei istinti giornalistici e mi guidò anche nel corso degli anni sul modo con cui vanno trattati i collaboratori.

Una volta entrato negli studi della radio (e siamo alla terza puntata di appunti sulla storia di Radio Nuova Trieste), oltre al direttore, imparai a conoscere anche i due primi tecnici, i sig.ri Enrico Piccinino e Michele Rossetti, per i quali la radio rappresentò un buon itinerario professionale, dal momento che il primo diventò un esperto ospedaliero di biotecnologia e il secondo, dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza, un dirigente dell’azienda ospedaliera. Enrico, un vero geniaccio nel risolvere i problemi elettromagnetici, specie quelli urgenti, era molto restio nel fornire spiegazioni sul funzionamento delle attrezzature radiofoniche, puntando sul principio della netta distinzione tra tecnici e giornalisti, Michele invece lo ricordo per l’estremo ordine nel tenere le cose, sia quelle tecniche (mezzi di trasmissione e registrazione) che quelle amministrative. Come in un sogno, rivedo ogni tanto l’ufficio di via Vasari in perfetto ordine, mentre nella realtà il mio attuale di via Besenghi purtroppo versa in tutt’altre condizioni. Oltre al direttore ed ai tecnici cominciai a conoscere gli altri collaboratori, l’ing. Marcello Spaccini, già sindaco di Trieste, una persona squisita ed innamorata della musica che con i propri mezzi produceva musicassette di pregiata musica classica commentata in modo competente con una bella voce radiofonica e con un linguaggio toscano invidiabile. Altro “padre fondatore” della radio don Mario Del Ben con i suoi “Orizzonti Missionari”, ancora in onda ogni settimana da ventuno anni, uno di quelli che sono già "super impegnati" nel loro lavoro quotidiano e sono ugualmente in grado di offrire un servizio settimanale di ottima qualità già registrato. E posso testimoniare che un ritmo di produzione settimanale risulta molto impegnativo anche per chi può già vantare un certo allenamento. Altri “padri fondatori” di Radio Nuova Trieste sono Sergio Brossi (con i programmi "Novità di Teatro", “Libri nuovi e vecchi” ed "Anteprime: Cinema"), Mariastella Malafronte (con “Le due muse”), Germano Catanzaro (con “Notiziario scolastico”). Altri, come Marcello Spaccini, sono impegnati ora in altri cori, con altre melodie, tra questi come non ricordare Aris Tamaro, non vedente, che tutti ricordiamo per le sue celebri messe cantate e per l’intonazione caratteristica della sua voce o l’indimenticabile Livio Grassi, con le sue “Tradizioni popolari triestine”. Un tono di voce particolare che tutti abbiamo ancora nell’orecchio, una conduzione amabile e accorta anche nei momenti difficili e complessi, un amore indiscusso per il mezzo radiofonico e un attaccamento alla dignità della persona umana, specie per gli anziani nella solitudine che hanno trovato a Radio Nuova Trieste, per più di dieci anni (con la rubrica in diretta “Ve voio ben”), un'interprete unica in Liliana Medica che ha saputo donare fino agli ultimissimi giorni della sua vita la sua attenzione e la sua testimonianza, in uno scenario, la morte, sul quale non si può né discutere né transigere.

Sono arrivato ormai alla quarta puntata della storia di Radio Nuova Trieste e devo citare anche altri collaboratori, incontrati amichevolmente nei primi tempi, tutti coinvolti dal DNA radiofonico, che per qualche tempo hanno fatto sentire la loro voce attraverso i microfoni e che sono ancora contenti di ritornarci per qualche intervista o una visita cordiale. Ne cito i nomi, traendoli dai numeri di Vita Nuova dell’epoca, don Silvano Latin, Padre Luigi De Concini, Tullio Bressan, Paolo Blasi, Edoardo Hribar, Eugenio Ambrosi, Fulvio Federici, Silvano Mosetti, Vanna Pecorari, Silvio Silvestri e Donatella Surian, Franco Codega, Tarcisio Barbo, Giuseppe Cuscito, Claudio Bianchi, Paolo Preden e Vanessa Bernes. Una menzione particolare va riservata a don Dino Fragiacomo, rettore per tanti anni del tempio di Monte Grisa ed attualmente impegnato in una parrocchia e in una rete radiofonica in Australia. Istituì e condusse per molti anni la rubrica “Famiglia e Vita” in diretta, salendo ogni volta di corsa i tre piani di via Vasari. La stessa rubrica è stata poi guidata da Mariolina Henke, da Aldo Cogliati e da Duja Kaucic Cramer. Don Dino si incaricò inoltre dell’acquisto del materiale radiofonico e, last not least, inalberò un'antenna per la diffusione del segnale su una terrazza del tempio di Monte Grisa.
Col passare dei mesi ero diventato ormai “di casa” e mi rendevo conto dei problemi della radio, pur non avendo alcuna veste ufficiale, se non quella del mio programma “Ogni vita una storia”. Un problema era la cattiva ricezione in città del segnale radio. Ancora adesso ci sono dei problemi dalle parti di Borgo S.Sergio, e, in certi giorni, anche nel rione di S.Giovanni, per la sovrapposizione di una stazione RAI, però quella volta si ascoltava dappertutto con una certa difficoltà. E così un bel giorno uno dei tecnici, Enrico Piccinino, mi chiese se avevo tempo libero: guardai la mia agenda e ci mettemmo d’accordo. “Radio Nuova Trieste si sente bene a Grado, male a Trieste” era la sua sentenza. Non ero in grado di valutare chi ci avesse autorizzato a farlo, ma mi ritrovai su una terrazza del tempio mariano ad aiutarlo a smontare l’antenna ed a portare il materiale presso il Seminario di via Besenghi. “Grazie, non occorre altro, ora mi arrangio io” fu il suo congedo. A quell’epoca queste trasformazioni si facevano senza difficoltà. Ora ogni minimo trasferimento è codificato da precisi obblighi di legge.
Mons. Lorenzo Bellomi, il fondatore di Radio Nuova Trieste, credeva fermamente in questo mezzo di comunicazione e diffusione del Vangelo e ogni settimana preparava accuratamente le sue puntate di catechesi (dieci anni dopo la sua morte ancora proponiamo periodicamente le sue lezioni sul “Padre nostro” e sui “Sacramenti”), però riusciva a stento a sintonizzarsi, anche perché in quell’epoca, nonostante gli sforzi di ammodernamento tecnico, c’erano difficoltà di diffusione nella zona della curia. Un giorno ricevetti una sua telefonata accorata e drammatica: “Come faccio a sostenere una radio che non riesco mai ad ascoltare”. Penso che quello fu il momento più critico per la sopravvivenza della emittente e colsi la giusta ispirazione andando ad acquistare un apparecchio radioricevente aggiornato e selettivo e mi ritrovai in curia proprio mentre il vescovo scendeva le scale e dalla radio che avevo in mano usciva forte e chiaro proprio il suo programma di catechesi il venerdì alle ore 19. Lo ricordo come fosse adesso.

Sono arrivato in pratica alla quinta puntata della storia di Radio Nuova Trieste. E sono arrivato anche al punto di sentirmi molto impacciato, soprattutto nel descrivere i primi cinque anni di attività, dal 1985 al 1990. C’era un gran movimento di gente in redazione e devo dire che la mia partecipazione all’attività della radio allora si limitava ad una intervista al “Nato prima” per “Ogni vita una storia” ed alla consegna, una volta alla settimana, del nastro registrato a chi trovavo nella sede operativa di via Vasari 1. Naturalmente mi informavo circa le novità ed avevo un rapporto molto cordiale con i due tecnici (Enrico Piccinino e Michele Rossetti). Cercavo di capire poi anche qualche dettaglio circa gli apparati di trasmissione e di collegamento con la Radio Vaticana, (un collegamento molto precario che utilizzava ponti aerei e che a noi proveniva da una vetta del pordenonese), ma tutto finiva là. In verità anch’io ero molto impegnato con il mio lavoro presso la prima divisione chirurgica dell’Ospedale Maggiore e svolgevo un’attività politica come consigliere comunale e, per un certo periodo, anche come assessore comunale all’assistenza sociale. Non avevo, d’altra parte, alcun incarico ufficiale, presso la radio, per partecipare alla gestione giornalistica e amministrativa e solo alla fine degli anni ’80 mi misero in mano la nomina ufficiale, firmata dal Vescovo e dal cancelliere, dapprima di direttore dei programmi e infine, dopo un passaggio da Egidio Zusi a Mario Paron, di direttore responsabile.


Non mi sembra trascurabile, tuttavia, quel periodo, quei primi cinque anni, durante i quali furono prodotti programmi interessanti da giornalisti qualificati e per questo mi sono preso due impegni: attingere alla memoria storica (assolutamente non ottuagenaria) della dott.ssa Mariastella Malafronte, e sprofondarmi in un faldone di vecchi documenti, dal quale ho tratto altri nomi di chi ha operato onorevolmente presso la radio, nomi da aggiungere a quelli già citati in precedenza: tra questi spicca il prof. Massimo Gnesda, Federico Comar, Diego Turel, Daniela Magaina, Fabrizio Giraldi, Antonella Peressini, Enzo Cutazzo e una prima apparizione di Alessandro Sinico.

Siamo giunti alla sesta puntata della storia di Radio Nuova Trieste, partendo dal momento in cui, su sollecitazione del secondo direttore responsabile, Mario Paron, il vescovo di Trieste decise di affidare a me lo stesso incarico, nel 1994. Un problema andava risolto con una certa sollecitudine, quello della gestione economica. Una radio, si sa, vive di pubblicità e Radio Nuova Trieste era nata come radio commerciale e c’era stato anche chi si era dato da fare per elaborare un piano di finanziamento promozionale; ricordo in particolare due spot per la segnalazione di una carrozzeria e di un negozio di fiori (Riviera Fiorita di via dell’Istria) che risuonavano tra un programma e l’altro, però la realizzazione di un portafoglio pubblicitario rimase episodica. Si fecero avanti agenzie pubblicitarie che si prendevano l’intero carico della gestione anche con un certo margine, sostituendo però tutti i programmi con altrettanti programmi musicali di rete e concedendo solo, per conservare il carattere di “radio cattolica”, il collegamento con una chiesa cittadina per la trasmissione di una S.Messa. Questo tipo di gestione è, d’altra parte, attuato per molte radio cattoliche in Italia. I programmi parlati in onda avrebbero dovuto esser sostituiti oltre che da musica leggera e classica, da interventi “professionali”. Per il “parlato” inoltre vigeva (e vige ancora in quasi tutte le radio private e nelle due prime reti RAI) l’ asserto che non deve durare più di tre o quattro minuti e deve essere rapidamente accartocciato in un motivo musicale che “tenga” l’ascoltatore. In questo modo la radio non avrebbe fatto sentire la voce dei triestini e, per quanto riguardava la celebrazione della S. Messa, mi trovavo in concorrenza con la RAI, che molto egregiamente e responsabilmente trasmetteva e trasmette ancora, dalla cattedrale di S. Giusto, la S.Messa domenicale e delle principali solennità religiose. Per quanto riguarda l’elaborato musicale, poi, la concorrenza andava a iosa, con le decine di radio private disponibili con cui ci si può attualmente sintonizzare. In quel momento si imponeva una scelta tra una radio a richiamo musicale-commerciale come tante altre, con qualche riferimento religioso, ed autonoma sul piano amministrativo oppure una emittente attenta sì alle provvidenze statali ed alle facilitazioni riservate alle testate giornalistiche, ma impegnata nel raccogliere i contributi giornalistici e culturali locali su base di volontariato, avendo una linea editoriale attenta alla diffusione del messaggio evangelico, ma inserita in un contesto culturale recepibile anche da chi non frequenta abitualmente incontri ecclesiali. Si decise di sperimentare la seconda opzione, cominciando con l’istituzione di programmi di servizio del tipo “Abbiamo ascoltato per voi” (registrazione di conferenze ascoltate in ambito cittadino o interventi a livello nazionale), “Abbiamo letto per voi” (lettura di pubblicazioni di attualità), “Lettura d’Autore” (è l’autore stesso di un libro che ne legge i contenuti) e “A che punto siamo con…” (attualità locale), iniziando anche la ricerca attenta e cordiale di collaboratori con un certo "DNA radiofonico", in grado di esprimere reali competenze. Il tutto con una richiesta esplicita ai radioascoltatori di un contributo economico e il sostegno della Diocesi.

Ci troviamo ormai alla settima puntata della storia di Radio Nuova Trieste e devo dire che negli anni 90 si è definito il volto, il tipo radiofonico, la linea editoriale di Radio Nuova Trieste: non una radio musicale, un mare di musica leggera, con brevi intermezzi parlati, un breve notiziario all’ora e battutine più o meno azzeccate di un conduttore (un programma del tutto rispettabile che ci accompagna nei supermercati, nello stile ben remunerato delle principali imprese radiofoniche che affollano lo spazio della modulazione di frequenza), non una radio “di flusso”, come la validissima Radio 24, che suddivide i 60 minuti di ogni ora in precise sezioni con programmi prevalentemente parlati che si stabilizzano nel corso della giornata, non una radio devozionale, con ripetute recite del S. Rosario e celebrazioni religiose con meditazioni (c’è già Radio Maria che svolge egregiamente questo compito), ma una radio impostata in termini di “rubriche” parlate o musicali con tanto di sigla iniziale e finale, condotte da singoli redattori preferibilmente concittadini, competenti in qualche materia e in possesso di due qualità essenziali: una simpatia per il mezzo radiofonico e una perseveranza nella collaborazione. Nel corso dei primi anni si erano avvicendati decine di collaboratori (li ho elencati nelle puntate precedenti) che successivamente non si sono ripresentati per i più svariati motivi, mentre i più fedeli, quelli che ancora adesso conducono la loro rubrica settimanale, provengono dal nucleo iniziale, i cosiddetti “padri fondatori”, che hanno sempre dimostrato una certa fiducia nella validità del rapporto con i radioascoltatori. Importante comunque rimaneva l’impegno di trovarne ancora altri, in modo da rendere sempre più vari e interessanti i programmi nelle 24 ore di trasmissione e compensare almeno in parte alla esiguità dei programmi di musica leggera, con un aggancio piuttosto al tema trattato verbalmente. Si correva il rischio di non essere ascoltati dai giovani, soprattutto da quelli che tengono accesa la radio, a casa o in macchina, solo come erogatore elettronico di ritmo. La ricerca di sempre nuovi collaboratori era facilitata dall’atmosfera riscontrata nello studio radiofonico, che doveva essere amichevole e sorridente e a questo proposito sono state sempre molto importanti l’accoglienza e la cortesia dei due tecnici impegnati nella registrazione e nel montaggio (editing) dei programmi, anche se l’accesso alla prima sede di via Vasari, con i tre piani di scale e la non disponibilità di posteggi, non agevolava sempre questo compito.

Che dire, una volta giunti all’ottava puntata della storia di Radio Nuova Trieste, circa la situazione durante gli anni ‘90? La ricerca di nuovi collaboratori non era certo né affannosa né particolarmente impegnativa, anzi era quasi divertente scoprire nel conoscente, nell’amico o nella persona intervistata quella specie di bagliore interiore di apprezzamento per la radiofonia. Proprio alcuni giorni fa, ad esempio, ho intervistato il dott. Guido Tuveri, responsabile dell’oncologia ospedaliera a Trieste e lui stesso ad un certo punto è venuto fuori con: “Come mi piacerebbe aiutare a liberare i pazienti dal terrore della malattia oncologica e ridare una speranza per loro stessi e i loro amici e parenti!” Ovviamente questa non poteva essere che una premessa per un ciclo di trasmissioni alla radio. E sono così affluiti, nel corso dei decenni, a Radio Nuova Trieste i collaboratori; ora sono complessivamente più di 40 e rappresentano la ricchezza di una emittente radiofonica.


Un altro compito per una nuova radio era costituito dall’aggiornamento della strumentazione tecnica, allo scopo di rendere più ascoltabile la frequenza e più rapidi i collegamenti. Ad un certo punto il geniale tecnico Enrico Piccinino trovò un incarico professionale presso gli Ospedali Riuniti di Trieste e all’orizzonte comparve la figura di Natale (Lino) Guido che segue con competenza e sicurezza sia i problemi dell’alta frequenza, delle antenne, che la strumentazione nella bassa frequenza, all’interno degli studi di produzione.

E così il collegamento con la Radio Vaticana e con la rete cattolica della CEI (Radio InBlu) passò dalla situazione precaria della rete terrestre di antenne ai collegamenti satellitari, con netto miglioramento nella qualità e nella stabilità delle connessioni. Un altro passo avanti fù la stabilizzazione dei collegamenti con la cattedrale di S.Giusto e con la chiesa di S.Antonio Taumaturgo, evitando cosi l’allestimento, nelle rispettive sacrestie, di ingombranti ponti radio telefonici (ricordo le notti di Natale e Pasqua passate nell’antica sacrestia di S.Giusto tra i ritratti storici e solenni dei prelati e i paramenti preparati per i canonici, con le occhiate furtive al presbiterio per seguire la progressione dei riti liturgici o i movimenti del Papa Giovanni Paolo II° nel corso della sua visita storica nella nostra città!). Graduale anche l’aggiornamento delle attrezzature d’ufficio con il centralino telefonico e il fax per i contatti con le fonti di notizie, con la Curia e Vita Nuova evitando così percorsi cittadini, fino alla comparsa solenne e frusciante del primo computer. Oggi ne abbiamo in uso otto, ma l’emozione di quel primo, troneggiante e guizzante sul tavolo principale è rimasta indelebile.

La nona puntata della storia di Radio Nuova Trieste ci riporta ancora agli anni ’90 e all’arrivo direi storico del tecnico di regia Riccardo Righi il quale alla professionalità e puntualità nelle registrazioni ha sempre unito una innata capacità di saper spiegare e illustrare i principi teorici e pratici del funzionamento degli strumenti elettronici e a lui devo l’essermi addentrato nei segreti della radiofonia e soprattutto nell’aver cominciato ad usare fin dagli anni '90 i dispositivi e i "marchingegni" offerti dai motori di ricerca degli elaboratori computerizzati.E posso dire che si tratta davvero di una storia senza fine dove c’è proprio sempre qualcosa da imparare, tanto più dal momento che via internet si possono scambiare programmi scritti, musicali e fotografici e sonori in diretta e dilazionati e si possono fare persino osservazioni satellitari. E in pratica Riccardo offre un tutoraggio quasi quotidiano.


Un altro problema degli anni 90 erano le notti. La storica regia automatica PT 21 consentiva solo quattro “passaggi” di musicassetta e pertanto dopo le ore 23 (quattro ore dopo la fine della presenza del tecnico) le trasmissioni “in parlato” avrebbero dovuto cedere il passo al non stop musicale spalmato sull’andirivieni delle grandi bobine da 3 ore per lato e proprio allora comparve all’orizzonte un simpatico tecnico, il sig. Ferruccio Sualdin, il quale si assunse l’incarico volontario di registrare ogni settimana sui bobinoni i programmi più significativi della radio, intervallati da inserti musicali. Durante i giorni della settimana la bobina grande veniva fatta partire in settori differenti, così chi ascoltava durante la notte non sentiva alle stesse ore gli stessi programmi della sera precedente. Si trattava di un espediente, fino al reperimento sul mercato di una regia automatica in grado di programmare sulle 24 ore nei diversi giorni della settimana. Questo lavoro durò qualche anno e così ci rendemmo conto anche dell’importanza dei programmi destinati alle ore notturne che rappresentano davvero una garbata compagnia per tante persone anziane che trascorrono molte ore con gli occhi spalancati. Anche altre radio tramettono di notte, però spesso prevalgono i programmi musicali che non sempre conciliano il sonno. "Al Chiaro di luna” viene chiamato anche adesso il momento notturno della radio, e naturalmente lo spazio viene modulato con le note della famosa melodia. Tra l’altro i brevi inserti musicali che si portava da casa il sig. Sualdin erano simpatici e ancora adesso ne usiamo uno tutti i giorni come sigla della trasmissione “Informazioni utili”.

Giunti alla decima puntata della storia di Radio Nuova Trieste e proprio scorrendo gli anni ’90, bisogna dire che quelli furono anni di grandi progressi nel campo della comunicazione radiofonica, con disponibilità di apparecchiature che oggi possono essere considerate la normalità, ma che a quei tempi rappresentavano dei salti di qualità importanti, per i quali occorreva anche una certa programmazione economica. Parliamo allora della nostra prima regia automatica digitale, un computer, con la possibilità di installazione di software, tale da assicurare, quando è in funzione, la trasmissione nelle 24 ore e in tutti i giorni della settimana di programmi radiofonici inseriti e la copertura, nei minuti di silenzio, per naturale sbilancio cronologico, con brani musicali "randomizzati", cioè presi a caso. Negli incontri nazionali delle radio cattoliche c’era un’ampia promozione di questi apparecchi esposti, attivi e luccicanti in ogni angolo delle sale di riunione e c’era da destreggiarsi, con discorsi quasi confidenziali a tu per tu tra i vari responsabili delle radio, sulla bontà e sulla convenienza di un eventuale acquisto. E naturalmente c’erano le radio floride di pubblicità che ne avevano già acquistati un paio, uno anche di riserva e le radio più ritrose che meditavano sull'investimento, anche perché l’acquisto allora era sui 30 milioni di Lire, riferiti appunto agli anni ’90. Così, con l’aiuto dei tecnici, prima di decidere sfogliammo riviste specializzate e ci inoltrammo in siti lombardi per farci un’idea concreta. Una volta aperto lo scatolone, finalmente giunto al terzo piano di via Vasari e inserita la spina nella presa di corrente, con fioritura di "led" multicolori (piccoli indicatori spia luminosi), ci rendemmo subito conto che non erano stati risolti tutti i nostri problemi, perché l’apparecchio era là con il fruscio dei suoi ventilatori, ma richiedeva una precisa programmazione. Questa presentava degli aspetti differenziati se usata da una radio di tipo commerciale, con pubblicità e programmi musicali e scarsi comunicati in voce, oppure da una radio con molti programmi parlati. E anche il tecnico specializzato che a pagamento accorreva da Milano come "tutor" rimaneva a volte perplesso a certe nostre richieste e, per un certo tempo, l’apparecchio rimase là sempre acceso (certi apparecchi elettronici, non so perché, non devono mai essere spenti...) a troneggiare come simbolo di un progresso che ci aveva quasi preceduto nel tempo. Ma, come sempre, Radio Nuova Trieste ha un suo santo protettore e ci fu uno scambio del personale. Il dott. Michele Rossetti, uno dei tecnici, ci salutò perché iniziava la sua carriera amministrativa e al suo posto arrivò per la seconda volta il tecnico Alessandro Sinico che trovò il modo, dopo lunghe "meditazioni tecniche", di far partire in modo utile l’apparecchio. E fu un passo avanti per la radio.

Vorrei delineare una tappa particolare nel cammino della radiofonia di cui sembra quasi strano trattare, dal momento che adesso, a dieci anni di distanza, non c’è radio privata che non ne sia dotata, e intendo riferirmi alla digitalizzazione delle registrazioni audio. Prima si registrava o si trasferivano/duplicavano le trasmissioni su nastro magnetico, in pratica sulle musicassette che tutti conosciamo, perché tutti in qualche ripostiglio remoto o nello sportellino di qualche vecchia radio stereo abbiamo un supporto tecnologico di quel tipo. E tutto andava bene fino a quando le registrazioni filavano lisce senza intoppi, errori o esitazioni. Fare correzioni o tappare buchi di silenzio era un'impresa. Le radio più dotate di mezzi usavano grossi nastri (bobine magnetiche) con taglierina e nastro adesivo. Ancora adesso è rimasta nella traduzione italiana del linguaggio informatico la dizione “taglia e incolla” desunta certamente da quelle operazioni artigianali sul supporto magnetico delle registrazioni analogiche. Da noi in radio si preferiva o rifare il “pezzo” sbagliato fin dall’inizio o registrare su un altro nastro la correzione e poi rimpastare il tutto su un terzo nastro trasferendo i contenuti corretti in successione. Devo dire in verità che si ricorreva abbastanza di rado a questo marchingegno, perché si cercava di combinare le cose di prima mano. E in un certo giorno incominciò a girare per le redazioni o ai convegni delle emittenti radiofoniche l’idea che si poteva non solo passare direttamente dal microfono al computer saltando il vecchio registratore, ma che si potevano anche ricevere via Internet messaggi audio sia in diretta, con lo streaming (flusso di dati audio/video trasmessi da una sorgente a una o più destinazioni Internet), che scaricando da pacchetti digitali preconfezionati e disponibili ad ogni momento. Ed è stata una novità bellissima che ci ha visto operare direttamente sui monitor non solo con parole scritte da trasporre, cancellare e modellare, ma con vere e proprie operazioni informatiche sonore, rappresentate graficamente sul monitor da un tracciato seghettato sul quale si possono compiere tutte le operazioni possibili, che vanno molto al di là del “taglia e incolla”, fino ad angherie di inaudita violenza, come la compressione, l’espansione, l’allungamento, la trasformazione della voce da maschile in femminile, da limpida e argentina in arrochita da “avinazzato”! Altri accorgimenti utili possono invece essere l’inserimento di brani musicali nel testo, la sfumatura dei brani conclusivi, l’alleggerimento di brani parlati troppo lentamente sottraendo pause troppo frequenti: un lavoro di cesello che può risultare davvero divertente nelle mani di tecnici esperti. Torno a dire, parlare di questo al giorno d’oggi può sembrare quasi futile, ma per chi ha vissuto quei momenti di cambiamento, entrando in una nuova dimensione di lavoro, è un frammento di storia.

Ci incontravamo spesso lungo via Vasari alla sera quando, finito il lavoro alla radio, mi avviavo verso casa. Aveva sempre pacchi ingombranti in mano e vestiva dimessamente. Mi fermava e attaccava con discorsi di tipo polemico su temi di carattere generale che stentavo a capire, prendendo le distanze da quella che lui riteneva una mia consolidata impostazione di tipo quasi ideologico. Mi chiamava per cognome e mi rompevo la testa per capire donde avesse avuto inizio la nostra conoscenza. Una sera, quasi scusandomi e con un certo disagio per le mie lacune mnemoniche, misi in chiaro che purtroppo non mi ricordavo il suo nome e non capivo perché ce l’avesse tanto con me. “Ma come non ti ricordi, con tutte le volte che sono stato su alla radio! Perché fai finta di niente!” e proseguì arcigno il suo itinerario verso piazza Garibaldi. Ed io rimasi con le mie perplessità. Fu per caso che un giorno, parlando con altri, riuscii ad accostare la sua figura con quella di un nostro sacerdote diocesano don Emilio Coslovi e fu allora che, incontrandolo, cominciai a considerarlo in un modo del tutto nuovo, come si conviene verso un presbitero, anche se i suoi discorsi, soprattutto quelli indirizzati alla gerarchia ecclesiastica in genere, mi portavano lontano. Col tempo però giungemmo ad un rapporto amichevole, spiegandoci reciprocamente il significato che davamo alle singole parole. E questo continuò fino all’infausta mattina del 13 gennaio 2002, quando mi avvisarono dell’incendio. Trovai via Vasari tutta avvolta in una nuvola di fumo nauseabondo, filtrato dalle lampade rotanti blu degli automezzi dei pompieri che riversavano fiumi di acqua nei fori delle finestre. Non era consentito l’ingresso né da una parte né dall’altra della via e non si riusciva a distinguere i limiti della devastazione operata dal fuoco. Non sapevo che don Emilio abitava nello stabile accanto a quello della radio e sul momento nessuno mi raccontò della terribile morte cui era andato incontro: lo seppi solo in un momento successivo. Per sapere le condizioni della radio in quel momento non mi restò che ritornare alla mia macchina, accendere l’apparecchio e mettermi all’ascolto: la trasmissione continuava secondo il copione, dunque i delicati strumenti e la regia non erano stati danneggiati! Dopo molte ore riuscii ad entrare nello stabile e, risalite le scale in un’aria ammorbata dalle esalazioni, entrai nello studio e vidi che tutto era a posto. Anche la segreteria telefonica che misi subito in funzione, e fu qui il tocco finale della vicenda: una voce anonima indispettita dichiarava di aver provato la segreteria per sapere se l’incendio ci avesse distrutti e di essere rimasta delusa per il suo regolare funzionamento. Seguiva una parolaccia. Così vanno le cose, lo dice anche il Vangelo: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Luca 6, 27 - 35) Quanto a don Emilio, invece, ogni volta che passo per via Vasari, prego per colui che stava per diventare un mio amico.

Con l’avvicinarsi del 2000 il numero dei collaboratori della radio si infittiva sempre più e la sede di via G.Vasari 1 diventava sempre più piccola, i posteggi auto sempre più irraggiungibili e i tre piani di scale sempre più alti, specie per gli ospiti ed i collaboratori più anziani e, devo dire, anche per me che avevo cominciato a salire quelle scale sulla cinquantina e ora le ripercorrevo sulla settantina, si fa per dire. Il piccolo ufficio sempre più repleto di scartoffie e i due studi, specie quello sistemato nella cucina, sotto la cappa del camino, sempre più impresentabili. Per questo quando il vescovo mons. Eugenio Ravignani una sera, dopo una conferenza nella sala di S. Maria Maggiore, mi espresse la possibilità di sistemare la radio presso il seminario diocesano di via P. Besenghi mi parve di udire la voce della Provvidenza. Con il permesso del rettore del seminario mi recai il giorno successivo a visitare le stanze dove per tanti anni era situata l’infermeria e osservai che gli ambienti si prestavano molto bene per sistemare gli studi della radio e gli occhi certamente mi brillavano per la commozione, anche se ad un certo punto notai che i refoli di bora (che sul colle di S.Vito quando soffia, imperversa) facevano volare i fogli sul pavimento anche con le imposte ben chiuse. Là per là non mi impressionai, bastava mettere a posto i finestroni e il problema poteva essere risolto, tanto più che anche in altre parti dell’edificio, dove ha sede il liceo Bachelet, gli infissi erano stati rinnovati. E così annunciai a tecnici e collaboratori il prossimo trasferimento. Poi le cose non furono così semplici. Gli ampi finestroni del seminario parevano abbastanza malconci e non fu difficile elaborare un preventivo per sostituirli con nuovi in PVC, solo che il progetto incontrò la netta opposizione del Sovraintendente alle belle arti, perché ormai erano passati i 50 anni dall'edificazione del seminario e le facciate dello stesso dovevano essere mantenute tali e quali per le future generazioni. E così tra il diniego delle Belle Arti per un verso e l’impossibilità (almeno questo era il giudizio espresso dalle varie imprese del settore della nostra Città) di riparare gli ancestrali e vetusti finestroni dall’altro, si giunse ad un punto morto che durò alcuni anni, durante i quali il seminario diventò sempre più una specie di miraggio situato sulla cima di un colle difficile da raggiungere.

Arrivati ormai alla quindicesima puntata della storia di Radio Nuova Trieste e giunti ai primi anni del 2000, posso dire che i nostri studi di via G.Vasari 1 erano giunti ai limiti della saturazione, a causa della ristrettezza degli spazi, della difficoltà di far salire ospiti anziani sulle ripide e obsolete rampe di scale e dell'impossibilità di trovare un posteggio anche a pagamento, specie nelle ore mattutine. Il nostro lavoro quotidiano si inceppava di frequente in questi spigoli logistici e in fondo al cuore si pensava alla possibilità di un trasferimento negli ambienti del seminario, ostacolata tuttavia dal problema dei cinque finestroni che potevano essere sì restaurati, ma non sostituiti a causa dei vincoli posti dalle Belle Arti. Una soluzione finalmente apparve all’orizzonte. Veramente più che all’orizzonte apparve sullo schermo televisivo, nella segnalazione promozionale di una ditta di Montebelluna, disponibile al restauro di vecchi serramenti. “Ottimo legno, perfettamente stagionato, si può fare un buon lavoro”, fu la sentenza del tecnico accorso per una consultazione e un preventivo. Un autocarro si portò via tutte le parti mobili e dopo alcuni giorni ritornò con serramenti splendidi, come nuovi e con uno squadrone di operai che sistemarono in alcuni giorni sia i finestroni che le porte insonorizzate. Il problema era dunque superato e furono quindi affidati alla ditta Adria di Trieste tutti gli altri lavori di pavimentazione, riscaldamento e insonorizzazione e la messa a norma del groviglio di cavi elettrici indispensabili per uno studio radiofonico, con la supervisione del tecnico di alta frequenza Guido Natale. Uno dei tecnici della radio, Alessando Sinico, si assunse e svolse egregiamente il gravoso e complicato compito del trasloco, cominciando ad impacchettare, siglare e registrare tutto il materiale storico e operativo di una quasi ventennale stazione radiofonica. Tutte queste operazioni durarono alcuni mesi e da una parte si vide il fiorire di una sede di non grandi dimensioni, ma gradevole e funzionale e dall’altra lo smontaggio di una residenza quasi storica, ingoiata in voluminosi scatoloni di cartone, dapprima ammonticchiati nel corridoio e sul pianerottolo e poi avviati dall’impresa giù per le scale e sù per il colle di San Vito fin dentro al seminario. Anche a questo proposito devo segnalare la simpatica accoglienza che ci hanno fatto al seminario dove abbiamo accatastato lungo tutto un corridoio le nostre masserizie, sgomberando tutto in tempo per l’inizio dell’anno accademico dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. Ci attendevano ancora solo alcuni giorni di silenzio-radio per il trasloco delle apparecchiature.

Può succedere che una radio improvvisamente ammutolisca o per un intoppo della regia automatica o per un problema riguardante i costosi (e pericolosi da toccare, anche spenti!) valvoloni del trasmettitore che, da buoni termoionici, sono soggetti ad esaurimento e destinati ad esser prima o poi sostituiti con altri più idonei semiconduttori. Qualche volta la trasmissione radio si arresta per misteriosi e indecifrabili motivi ed è inutile rompersi la testa per cercare di capire, perché non se ne viene fuori. Alcune volte la spengono i tecnici per riparazioni più o meno preventivate. Solo una volta è successo a me, personalmente, di spegnerla, e per alcuni giorni di seguito: era la vigilia del Natale 2004 ed era giunta l’ora di trasportare l’apparato trasmettitore ad alta frequenza dallo studio di via Vasari al seminario di via Besenghi. Era la prima volta che Radio Nuova Trieste veniva spenta di proposito dopo diciannove anni di attività, ed io ero là ancora esitante, con la mano sull’interruttore e, accanto a me Natale Guido, (Lino per gli amici), che mi sollecitava imperturbabile “Muoviti, che andiamo avanti!”. Gli ambienti di via Vasari erano ormai completamente svuotati, anche gli altri due tecnici si erano traferiti, le stanze vuote rimbombavano, per terra dappertutto cartacce e mucchi di detriti frantumati, postumi di un normale trasloco e, in un angolo il “rack”, ed altre apparecchiature che, fino a quando erano accese, continuavano a lampeggiare, a far frusciare i ventilatori, e a far salire e scendere gli indicatori dei livelli dei VU meter.
Andò a finire che, ad un certo punto, girai decisamente l’interruttore generale e così l’apparato entrò nel buio e in non so quante case la musica si ammutolì preceduta da un mio breve avviso che annunciava come sarebbero andate le cose.
Con attenzione scendemmo i tre piani trasportando i componenti dell’apparecchiatura e li riponemmo accuratamente sui sedili della macchina che ci attendeva sulla strada. Risalimmo il colle di S. Vito, completammo il trasporto e con pazienza poi Lino si diede da fare per ricomporre il trasmettitore e alla fine i led tornarono festosi a lampeggiare nel nuovo studio del seminario. Da quel momento, nella sintonia, dal silenzio assoluto si passò ad una specie di soffio continuo (la cosidetta “portante”), che durò qualche giorno, fino alla ripresa dei programmi. Penso che i “patiti” della radio abbiano un particolare corredo genomico che li fa trastullare con apparecchiature così complicate che lanciano a loro volta segnali per chi li sa interpretare, una estroversione psicologicamente complessa, che rientra nel novero delle forme mentali che caratterizzano la variabilità del genere umano. Comunque, finalmente, Radio Nuova Trieste si era trasferita, e questo era un altro passo avanti.

L’attività di Radio Nuova Trieste dipende, sotto l’aspetto amministrativo, dall’Associazione Radio Nuova Trieste, costituita con apposito statuto e atto notarile una decina di anni fa, allo scopo di render ancor più agevoli i rapporti con gli enti pubblici con i quali si rapporta la realtà di ogni testata giornalistica giuridicamente costituita. Presidente dell’Associazione è Don Furio Gauss che oltre ad una lunga attività giornalistica è latore del carisma della Famiglia Paolina.
Il Consiglio direttivo è costituito da Don Silvano Latin, nella sua qualità di direttore del Centro per le Comunicazioni Sociali, da Don Mario Del Ben, vicario episcopale per il coordinamento delle attività pastorali, dal rag. Maurilio Lunardis, direttore amministrativo della Curia e da altri cinque assidui collaboratori della radio, la Prof.ssa Rita Corsi, la dott.ssa Marisa Creglia, il dott. Luigi Favotti che è attualmente il direttore responsabile dell’emittente radiofonica, il dott. Aldo Cogliati e il sig. Olivio Silli. Anche l’Assemblea dell’Associazione è costituita da collaboratori attivi e amici della radio, l’avv.Giovanni Galletto e la sig.ra Giovanna Galletto, il dott. Marino Lescovelli, il rag. Giovanni Miccoli, il sig. Alessandro Perich ed il sig. Mario Ravalico. A questo punto non posso non sottolineare come certe assemblee, legate a bilanci consuntivi e preventivi risultino compassate e àlgide, del tutto diverse dallo spirito sparpagliato, ma allegro e operativo che si vive negli studi della radio tra un appuntamento e l’altro di registrazione. A rendere più formale e ministeriale l’atmosfera delle assemblee è senz’altro il simpatico dott. Cogliati, per tanti anni collaboratore della radio nella rubrica “Famiglia e vita” ed attualmente segretario dell’associazione, rigido e puntuale lettore di verbali e di punti all’ordine del giorno. A raggelare l’atmosfera la minaccia, ordita ogni tanto dal rag. Lunardis, di mollare tutto per sovraccarico di impegni: spero proprio che questo succeda il più tardi possibile, perché nessuno attualmente può vantare una competenza più approfondita dei rapporti con la rete italiana “…In Blu” della C.E.I., con il Corallo, l’Associazione delle radio cattoliche e soprattutto con il Ministero delle Comunicazioni che, nel suo genere, rappresenta simbolicamente il top della burocrazia pertinace e ripetitiva. Suo attivo collaboratore è uno dei due tecnici della radio, il sig. Alessandro Sinico. Tra i rapporti intercorrenti durante il lavoro alla radio e il regime assembleare, viene a mancare una via di mezzo, un rapporto collettivo dialogico con possibilità di espressione di sensazioni e osservazioni inerenti l’attività della radio e linee culturali generali sulla comunicazione: a questo tipo di incontri dovrebbero partecipare tutti i collaboratori e anche coloro che supportano l’attività con contributi economici personali. E’ un sogno che mi sono sempre portato dentro e che non sono mai riuscito a realizzare. Luigi Favotti.


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